Messner
e il destino di Castel Juval
All’imbocco della Val Senales, sopra la frazione di Stava in Val Venosta, si erge Castel Juval, una delle più antiche e formidabili fortezze di tutta la provincia di Bolzano.
Nel 1200 il maniero, coi masi circostanti, lasciava già traccia di sé nei documenti ufficiali, ai tempi in cui ne era signore Ugo di Montalban. Dall’inizio del ‘300 i nomi dei successivi proprietari di Juval ci fanno percepire l’entrata inesorabile nella zona di orbita germanica: Federico Zobl, Ludovico di Brandeburgo, Ulrich von Matsch, quest’ultimo fino al passaggio di poteri dai Tirolo ai cugini Asburgo. Nel secolo seguente Juval appartenne alla giurisdizione di Silandro, sino all’acquisto da parte di Giovanni Sinkmoser a metà del ‘500: pare che i restauri operati nel 1581 da costui abbiano dato un’idea anche all’attuale proprietario della rocca, il famoso scalatore Reinhold Messner, dimostrando come fosse possibile abbellirne l’aspetto e trasformarlo in una dimora signorile e confortevole. Risalgono a quell’epoca le torri gentilizie lungo il muro del cortile più basso del complesso, come anche la cappella di San Giorgio e gli affreschi decorativi del “Palas”, attribuiti ad un buon pittore rinascimentale; peccato che passando ulteriormente in mano ai conti Hendl e, infine, a due contadini del luogo cui questi nobili decisero di cederlo, il castello cadde in rovina, condizione solo parziale riscattata, appena nel 1925, dall’intervento della famiglia olandese Rowland. Ora Juval è forse uno dei più mirabili esempi di risanamento rispettoso delle peculiarità del monumento, in cui i segni del tempo non sono stati praticamente coperti da strati di make-up ma sfruttati per accrescere la austera presenza. A conferma e non certo a detrimento di ciò sta anche la scelta di arricchire il castello con arredi e oggetti artistici provenienti dalla tradizione nepalese, indiana, tibetana, africana e sudamericana: quella che può apparire bizzarria, infatti, finisce per aderire al vero spirito medievale, dove le fitte localizzazioni feudali rispondevano però ad un’assodata Weltanschauung grazie alla quale le persone diverse per cultura, storia, modelli di sviluppo e religioni, davano vita ad aree geopolitiche via via più ampie, a loro volta già costrette eppure ancora in grado di recuperare una sorta di totalità e di armonia interiore, presenti in un tempo lontano e ormai irrimediabilmente sbiadite. Specie di anticipazione degli armchair travelers del terzo millennio, quello che si è aperto all’insegna della paura di spostarsi fisicamente e delle nascita delle prime agenzie di viaggi virtuali, anche i signori dell’epoca rinascimentale gradivano che i loro emissari o delegazioni straniere portassero loro dall’altrove oggetti esotici recanti simboli di questi arcaici saperi d’origine mitica o esoterica, praticamente dei veri e propri souvenir dell’antichità su cui riflettere a casa propria nelle lunghe notti invernali. La bellezza di sculture, maschere rituali, monili, arazzi e costumi, ha fatto sì che il castello si trasformasse in un museo, visitabile tutti i giorni da primavera ad autunno. All’interno del muro di cinta, cominciamo a cercare il “re degli ottomila” che ci ha fissato un appuntamento e che di lì a poco troviamo nel suo appartamento privato, impegnato in un servizio fotografico per la rivista americana Vanity Fair: tra una consegna al suo domestico e una telefonata a New York in cui cerca di posticipare di un paio d’ore un suo futuro arrivo, scende nella cantina dove sono conservati tutti i suoi cimeli di arrampicatore per provare una felpa che vogliono che indossi per alcuni scatti, legata chissà a quale celebre conquista. Per l’intervista risulta invece più confortevole il clima esterno, col sole che illumina il castello sito a 1000 metri di altitudine.
Cosa l’ha spinta verso Juval e verso un intervento di recupero così singolare?
L’idea di prendere un castello in Sudtirolo l’avevo in mente da più di vent’anni, anche per tutelare quella che qui chiamano l’Heimat ma che per me è solo una parte del mio essere corresponsabile. Per salvare la bellezza di questa terra non basta parlare o scrivere degli interessanti articoli ma occorre prendere in mano le cose e fare. Io ho avuto l’opportunità di comprare questo semirudere, successivamente ho acquistato anche due masi sottostanti che ho organizzato come se ci trovassimo nel medioevo. Mi andava bene un castello che avesse mille anni di storia alle spalle, ristrutturato nel 1500 che è anche il periodo più affascinante, per poi riempirlo con tutta la mia roba, quella che mi sta a cuore e ho recuperato nei miei viaggi in tutto il mondo, inserendola come fecero in epoca rinascimentale tanti signori italiani, come ad esempio i Medici, nella cultura del posto al fine di rigenerarla e farla vivere. Questo significa che io vivo qui però mi sento cittadino del mondo: sono un europeo, un sudtirolese, ma con la testa aperta. La gente che si spinge qua, visto che questo è anche un museo, è entusiasta di quello che ho fatto, è il caso di dire così visto che tutto questo non esisteva più ed ora esiste grazie all’architettura che mi sono pensato. Lo stile che avevamo immaginato ci imponeva d’intervenire. Sotto tutela della Belle Arti e grazie ai preziosi suggerimenti del dottor Stampfer che mi ha mandato a Firenze e a Venezia a prendere visione di restauri analoghi, in modo discreto. Chi mi critica sui miei lavori di restauro deve venire qua e vedere: questo è il motivo della rabbia che nutro nei confronti dei Verdi fondamentalisti che, anziché rendersi conto di persona del lavoro che ho svolto e che personalmente m’inorgoglisce. Certo ora non ho il tempo come in passato di fare anche il manovale, portando pietre da chissà dove inserendole in questo castello che, per me, è ormai uno dei più belli del Sudtirolo.
I materiali impiegati nel restauro sono forse considerati troppo moderni?
Se si debbono intraprendere oggi grandi lavori di recupero delle vestigia del passato, questa almeno è la mia filosofia, bisogna pensare anche all’impiego di materiali nuovi, come il vetro e l’acciaio usati nelle copertura di Juval. Non è intelligente rifare una porta che non c’è più con vecchia legna recuperata da qualche altra parte e fatta sembrare ancora più vecchia. Io non lo faccio…
Quanto Le è costato semplicemente acquistare e consolidare il castello per renderlo almeno abitabile?
L’ho comprato per sessanta milioni di lire; è incredibile adesso, ma a quel tempo c’era una forte crisi e si potevano comperare alberghi per duecento milioni, si vendeva di tutto. Per mia fortuna il padrone di allora voleva liberarsene e nessuno lo voleva: sono tre sassi, una rovina che crolla, pensava la gente del posto. Poi ci ho lavorato una quindicina d’anni per dargli l’aspetto attuale ma, diciamo, il primo grande passo per renderlo almeno vivibile mi sarà costato centocinquanta milioni, ovviamente alla fine degli anni ’70. Gli ultimi ritocchi e lavoretti sono costati circa duecento milioni, nulla rispetto a quello fatto all’inizio.
Per raggiunti limiti d’età, fisici o sul piano spirituale, preferirà dedicarsi a viaggi tematicamente meno impegnativi ma retributivi sotto l’aspetto etnografico, a questa attività di promozione e salvaguardia artistica e cultural e oppure alla carriera politica che, peraltro, ha già intrapreso presso il Parlamento Europeo?
Il mio interesse politico e sempre stato vivo, a partire dal 1978 quando cominciai a discuterne con Alex Langer , ma sempre avere l’intenzione di darvi seguito con ruoli istituzionali e candidature. Nel 1999 mi hanno chiesto di presentarmi per le elezioni europee e l’ho fatto, pur senza esserne all’inizio molto contento. Ho sfruttato anch’io questo grande network di contatti che è il Parlamento. Quest’ultimo non ha in effetti grandi poteri, mi sono accorto che standoci dentro non si può cambiare il mondo ma si ha l’occasione di discutere direttamente con Commissario o il Ministro dicendogli come a te sembra meglio fare e stimolando una discussione. Ho imparato, insomma, a vivere anche in questo mondo che non era il mio. Fin dall’inizio ho detto che non sarei stato membro di partito ma una persona libera, che avrei continuato a lavorare anche al di fuori di quell’istituzione e che dal di fuori, avrei agito maggiormente che al suo interno. M’interessa di più il lavoro concreto che quello politico, per questo ho abbandonato questo “mondo”.
Da ragazzo ho avuto la fortuna d’essere rocciatore, attività in cui mi sono lanciato con tutto l’entusiasmo di cui ne ero capace, poi per un motivo pratico, visto che nel ’70 ho perso le dita dei piedi e volendo continuare a restare nell’ambito della montagna, sono stato costretto a cambiare. Ho cambiato cuore e intelletto per affrontare le montagne più alte, peraltro nel pieno della mia condizione fisica. Finiti tutti gli ottomila, nonostante l’avviso contrario di chi mi stava vicino, ho saputo dire basta. Mi sono spostato verso avventure antartiche o desertiche. Poi ci sono state escursioni nel mito e nella storia, come quella alla ricerca dello yeti o sulle tracce dell’alpinista Mallory, sfruttando la mia esperienza di camminatore e alpinista. Adesso dedico tutti i miei mezzi e la mia passione allo Juval e Museo della Montagna. La cosa che vorrei fare dovrà reggere il confronto a livello mondiale, in caso contrario non poteri sopravvivere, nemmeno economicamente.
San Procolo a Naturno
I rapporti con l’ambiente artistico lombardo e veneto, così frequenti in trentino, in Alto Adige sono rinvenibili solo a partire dal secolo VIII, allorché i possessi baiuvari e longobardi passano in mano ai franchi: solo allora, quando la gente fuggita in alto per le continue scorrerie barbariche tornerà a popolare il fondovalle, si avvierà la ripresa economica e finirà un periodo oscuro della storia locale. A quest’epoca risale la chiesa di San Procolo a Naturno, una delle più primitive esemplificazioni dell’arte del VIII e IX secolo, in Regione rinvenibile in modo consistente ormai solo in Val Venosta. E’ proprio in questa vallata che la chiesa fu realizzata da maestranze locali non ancora in contatto coi grandi centri culturali ma già affascinante dalla nomea che li contraddistingueva. Significativamente questo piccolo santuario, forse un martyrium campestre sorto sulle tracce di un più antico tempio pagano, è dedicato a un vescovo veronese, come d’altronde la Parrocchiale del paese è dedicata al moro San Zeno che della città scaligera e il patrono: l’azione evangelizzatrice dei due vescovi si era infatti spinta, già a partire dal V secolo, sino a queste remote valli. Il santuario consta d’una semplice aula rettangolare, il cui ingresso originale si trovava sul lato sud e invece ora è spostato sul lato ovest, mentre l’abside rettangolare è ricoperta come la navata con soffitto piano in travature: l’unica finestra originale è minuscola e squadrata, con telaio, battente e cardini in legno che ha superato indenne tutti questi secoli. Da quando la zona passò in mano ai Coira, le cui chiese di Disentis, Monastero e San Gallo si fregiano di sacelli e plutei in marmo di Lasa (altra località venostana che vale di certo il tempio d’una visita), la vallata recuperò i suoi contatti col mondo esterno e, a dispetto del Trentino, ci ha lasciato proprio due testimonianze di altissimo valore della pittura monumentale altomedievale: San Benedetto a Malles e, appunto, San Procolo. Rispetto alla prima chiesa, però, la seconda ha superato indenne l’ansia settecentesca per il rinnovamento che ha manomesso tanti capolavori medievali, rivelando ancora al suo interno gran parte dell’originaria decorazione ad affresco, risultando quasi abbellita anche dall’unica aggiunta posteriore: il piccolo campanile.
Facendo finta di entrare dall’ingresso ora murato, sulla sinistra si vede una mandria di mucche preceduta da un cane e da alcuni mandriani nell’atto di dirigersi verso una pattuglia di santi capitanata da un angelo, gruppo posto sulla parete nord con l’angelo a indicare l’abside. Nei dipinti di quest’ultima, oggi distrutti, si suppone vi fosse il Cristo coi santi titolari. L’arco trionfale, al contrario, è tutto un volo d’angeli che reggono delle croci astili: oscurati dal fumo delle candele che illuminavano il locale, nel sott’arco erano riprodotti busti di santi ormai scomparsi. Dobbiamo però spostare lo sguardo sul lato meridionale per scorgere la figura del “padrone di casa”, Procolo, a tutta prima ritratto nell’atto di sollazzarsi su un’altalena, ma a ben guardare viene calato da un edificio seduto San Procolo a Naturno su un’ansa di corda, con le mani saldamente aggrappate ai lati della stessa, le cui estremità sono tenute da due persone: una di queste s’è girata la corda attorno alle spalle e la rilascia gradualmente con il tipico sistema adoperato in montagna per recuperare i feriti o gli incordati. Un Procolo ormai vecchio, dunque, in fuga da Verona per sfuggire alle persecuzioni cui era sottoposto, essendo troppo anziano per essere giustiziato coi suoi amici i SS. Fermi e Rustico: a terra lo attende un gruppo di donne che sono pronte a porgergli il suo messale e il bastone. L’affresco è doppiamente importante, sia per la sua eccezionalità artistica, sia per il fatto che mette a nudo tanti particolari della versione popolare della vita del santo sconosciuti all’agiografia ufficiale. Questa raffigurazione, anzi, pone definitivamente la parola fine a un’annosa e curiosa disputa sulla vera natura di questo santo, screditando in qualche modo le rappresentazioni successive che di costui furono date e che, anziché come una persona mansueta, lo descrivono come un combattente o addirittura come un tirannicida. Procolo è infatti uno dei padroni di Bologna, con Petronio, Francesco, Domenico, nella cui chiesa è addirittura rappresentato dal Buonarroti col pugno chiuso in segno di aggressione (interpretando la leggenda contenuta nella Passio Sancti Proculi del XII secolo secondo cui il santo sarebbe vissuto sotto Giustiniano o Diocleziano), Floriano, Agricola e Vitale.
Nella città felsinea, questo soldato “bulgneis” a caccia di ariani da convertire si sarebbe infatti macchiato dell’uccisione del prefetto pretorio Marino che provava invece a convertirlo: questa la ragione per cui nell’iconografia nel resto d’Italia è spesso rappresentato con in mano la mannaia o la scure, persino addirittura in uno stile grand guignol ante litteram mentre cammina con la sua stessa testa in mano alla ricerca del giusto sito di sepoltura dopo essere stato decollato per il suo misfatto. Il motivo di tale nomea di sanguinario, del tutto ingiustificata come dimostra l’affresco di Naturno, si spiega col tentativo non riuscito dei monaci benedettini bolognesi, tenutari della chiesa a lui dedicata, di contrastare la popolarità di Petronio tra i tanti patroni cittadini, per lasciar assurgere al suo ruolo proprio il nostro Procolo, facendone un antesignano del carattere di quella città, nel 1164, quando era stato trucidato dalla folla il vicario del Barbarossa, Bezo.
Un secondo gruppo dipinto della chiesa di Naturno è invece da riconnettersi agli angeli e ai santi della parete opposta, che guardano come quelli dell’altare maggiore ma stavolta con protagonisti laici nell’atto di recare offerte alla chiesetta (libri, velo e calice). L’arco trionfale, caratterizzato dai simboli trinitari della mano di Dio e, ai lati, della colomba e dell’agnello mistico con la croce, denota una policromia limitata alle tinte fredde, bianco, nero e verde, tale da farci pensare a un pittore barbarico di formazione diversa cui fu affidato anche il decoro absidale ora cancellato. La mano diversa, rispetto a quella che ha curato i fregi classici dell’aula con tinte calde come l’azzurro, il rosso e il giallo, non implica che i due pittori non abbiano agito contemporaneamente. Una conferma ulteriore, dunque, di quanto in Alto Adige sia radicata da tempo la capacità di suggere il meglio delle grandi culture, nordica e latina, che lo hanno reso una cerniera eccezionale tra stili di vita e mondi, così vicini geograficamente eppure così distanti quanto a modo d’essere.
Stabilità e Leggerezza
Le ardite soluzioni architettoniche di Renzo Piano
Dal 2006 Roma dispone di una nuova struttura, punto d’incontro tra vita artistica e culturale: “l’Auditorium”.
La notizia della sua apertura, dopo quasi un decennio di gestazione, si diffuse con grande risonanza tramite i vari mezzi d’informazione, i quali fin dall’inizio evidenziarono le sue potenzialità collocandolo tra i migliori spazi dedicati alla musica a livello europeo. Composto da tre sale autonome di diversa capienza, il complesso dell’Auditorium si è guadagnato la definizione di “città della musica”. E non solo per i concerti che ha ospitato e ospiterà nel tempo. Ma principalmente per il fatto che le sale sono state concepite esattamente come strumenti musicali; un’impressione confermata dalla particolare forma degli edifici. Le strutture in legno lamellare ed i rivestimenti in legno di ciliegio le trasformano, inoltre, in vere e proprie casse armoniche.
Gli esperti garantiscono un’acustica impeccabile, la gente comune che lo ha visitato si è espressa con termini di entusiasmo. Un successo in partenza. Ma chi c’è dietro questo gioiello? La storia ha inizio nel luglio 1993, quando viene bandito il concorso per la progettazione; un anno più tardi è decretato vincitore l’architetto Renzo Piano, genovese, attivo a livello internazionale. Solo per citare alcune delle maggiori opere da lui ideate, suoi sono l’aeroporto del Kansai ad Osaka in Giappone ed il centro culturale Pompidou di Parigi. Da oriente ad occidente, di conseguenza, il nome di Renzo Piano viene associato ad opere o lavori di risistemazione di grande pregio estetico e funzionale.
Mostro sacro dell’architettura contemporanea, quindi, che si contraddistingue per un’accurata attenzione al particolare; questa dell’Auditorium si esemplifica nel minuzioso studio legato all’insonorizzazione dei componenti acustici esterni, risolta realizzando in calcestruzzo la parte bassa delle tre sale e con l’assemblaggio, per la parte superiore, di elementi costruttivi dai differenti comportamenti acustici in molteplici strati. Bussole d’ingresso garantiscono i livelli d’isolamento acustico, mentre gli impianti di aerazione occupano una posizione precisa che non va compromettere l’acustica interna.
Un’altra peculiarità che caratterizza il lavoro di Renzo Piano è l’assoluto rispetto del contesto in cui è inserita la costruzione. In un periodo denominato dal termine “globalizzazione” -un processo che rischierebbe di creare un unico profilo urbanistico, responsabile di una progressiva perdita di identità delle Stabilità e Leggerezza Le ardite soluzioni architettoniche di Renzo Piano singole città- Piano esprime al proposito un’opinione ottimistica legata al concetto di ‘sostenibilità’ di un edificio, che presuppone necessariamente una “sua reazione con la gente, con il contesto, con l’energia disponibile, con il futuro. In modo particolare tiene conto del risparmio energetico e rispetta il paesaggio. Proprio per questo motivo gli edifici non possono essere uguali ovunque”. E aggiunge: “Ritengo che lo sganciarsi dal luogo sia segno di immaturità più che di globalizzazione; al contrario è segno di maturità l’ancorarvisi. In ogni caso c’è sempre bisogno di un forte equilibrio tra le istanze particolari e quelle necessariamente universali”. Così, l’Auditorium di Roma sintetizza e risolve sia le esigenze proprie di un moderno luogo riservato alla musica nella sua più alta accezione, sia il rispetto per una zona ricca di testimonianze storiche: il basamento, infatti, ingloba un’antica villa romana ritrovata durante le fasi di scavo ed ora inserita nel percorso del foyer, divenendo un’eguagliabile arricchimento della struttura. “E’ stato un fatto abbastanza raro -ricorda l’architetto relativamente al ritrovamento- perché i sondaggi archeologici preliminari c’erano stati ma, per un fenomeno di bradisismo negativo,il piano di appoggio della villa si era gradatamente abbassato e in 2.500 anni sceso completamente di due metri e mezzo, tanto da non essere stato rilevato”.
Ad una diffusa indifferenza per ciò che circonda le costruzioni che stanno per nascere, ad un generale difetto di gusto e personalità, Renzo Piano contrappone una “visione umanistica dell’architettura”.
Sua è la definizione, che si concretizza nella costante attenzione all’uomo, fruitore di ogni opera. “La parte artistica, ciò che è visibile -aggiunge- è la parte minore. Nel disegnare un edificio la psicologia e la geografia sono importanti quanto la matematica e l’estetica”. Un’ interpretazione sicuramente sociologica del suo lavoro, che ha contribuito al successo di Renzo Piano. Se gli si obietta che così facendo, però, rischia di perdere un proprio stile identificativo, risponde: “Il termine ‘stile’ non mi ha mai convinto. Lo trovo narcisistico e anche un po’ commerciale. Pensare si avere uno ‘stile’ è quasi uguale a pensare di dover tenere fede a delle regole astratte. L’architetto manipola la materia per organizzare la vita. In quest’ottica sarà sempre la materia concreta a prevalere sul concetto astratto. E sarà sempre il luogo in cui si opera, nella sua complessità geografica, sociologica ed antropologica, a prevalere sulle regole stilistiche”. In definitiva, per Renzo Piano la forma esteriore e l’organizzazione di un edificio derivano sempre dalla necessità.
D’altro canto, “l’architettura, oltre alle istanze tecniche e funzionali, deve avere la capacità di dare emozioni”. E’ questo un altro punto-chiave nell’organizzazione del progetto: “Trasparenza, leggerezza ed immaterialità sono gli elementi che costituiscono i filoni principali della mia architettura. Quando cerchi la leggerezza lavori per sottrazione; togliere peso alle cose ti insegna a far lavorare la forma delle strutture, a conoscere i limiti della resistenza dei componenti,a sostituire la rigidità con l’elasticità. Quando cerchi la leggerezza, automaticamente ritorni all’altra cosa preziosa, importantissima sul piano del linguaggio poetico: la trasparenza. Per questo dico sempre che la leggerezza è uno strumento, mentre la trasparenza è il contenuto di una poetica. Due elementi mutuati dal mondo naturale e fisico, più che da quello artificiale e matematico”. Ritorna, quindi, il riferimento alla natura, alla quale Piano dedica non poca cura.
Per lui gli alberi e l’acqua giocano un ruolo fondamentale; “grazie al loro vibrare e brillare -spiega- fanno da amplificatori del movimento. Della vita”. A loro riserva una parte rilevante del progetto e, dove consentito, non indugia nell’inserire ambienti aperti comuni, spazi di aggregazione tra i fruitori della costruzione: una sorta di piazza che diviene luogo d’incontro tra persone diverse, un’idea concretizzatasi anche nello sviluppo dell’Auditorium di Roma.
Partendo dalla struttura appena citata siamo giunti a parlare del valore dell’architettura universalmente concepita da Renzo Piano, al quale è stata posta un’ultima domanda relativa alla figura, alla professione dell’architetto. In maniera semplice e saggia al contempo, ha risposto: “Ho sempre provocatoriamente detto di temere il tramonto della figura dell’architetto. Ma sono il primo a non crederci.
L’architettura è necessaria, ora più che mai. Il problema è che questa professione ha bisogno di una nuova dignità. Per dargliela occorre tornare alle origini e domandarsi cosa siano l’architettura e l’architetto. La prima è innanzitutto un servizio. Tenerlo presente è un modo per preservare la nostra disciplina da tutto ciò che può corromperla: le mode, gli stili, le tendenze”.
Giovanni Michelucci
Dal razionalismo all’informale in ricordo di un maestro dell’architettura del novecento
Una tormentata ricerca interiore ha segnato il lungo cammino professionale di Giovanni Michelucci, artista alieno da compiacimenti retorici e proiettato sin dai primi lavori verso soluzioni avanguardistiche.
Il messaggio creativo offerto da questo Maestro del Novecento italiano è profondamente animato da un vivo senso della Storia nei suoi significati più autentici e non come mero e superficiale repertorio formale. Slegarsi dal narcisismo strutturale e interpretare il passato in chiave contemporanea e, quindi, liberarsi da schemi didascalici, ha rappresentato il credo di Michelucci.
Nelle prime opere ancora schiettamente vincolate alla poetica funzionale –come la Villa Valiani a Roma ( 1932) o la Stazione di Firenze (1933-36) realizzata in collaborazione con i colleghi Baroni, Berardi, Gamberini, Guarnieri e Lusanna– Michelucci rimane magicamente in bilico fra tradizione e asprezza formale di matrice razionalista.
A questi progetti –soprattutto alla‘ stazione– conferisce valori di ambientazione, plasma le cavità conformandole ai percorsi. Crea un’ osmosi fra interni ed esterni nei suoi edifici che si distaccano nettamente dalla produzione architettonica dell’epoca. Michelucci –che in anticipo percepisce i limiti del razionalismo– conclude il suo percorso alla ricerca di un linguaggio nuovo realizzando la chiesa di S. Giovanni Battista sull’ Autostrada del Sole (1963), dopo essere passato attraverso gli episodi della Cassa di Risparmio di Firenze e di alcune ville private.
Il gioco delle linee spezzate, l’intersecarsi di piani nella copertura in rame, l’innesto del muro in pietra che taglia l’incastro dei piani inclinati rappresentano le ardite soluzioni spaziali dell’edificio sacro in cui si riassume e si conclude il discorso architettonico di Michelucci. La complessità dell’edificio –giocato su una serie di idee che portano alla frattura con il mondo organico oltre Rochamp sino all’affermazione apodittica del “principio informale”– testimonia la realtà di un mondo in continua evoluzione.
Marcello D’Olivo
La composizione del binomio natura-tecnologia e la grandiosità di ispirazione classica di un geniale architetto ed urbanista
Attraverso l’attenta osservazione delle forme della Natura scrutata con spirito da entomologo si snoda il lungo percorso creativo di Marcello D’Olivo.
Formatosi “a bottega”, l’architetto friulano –che oltre allo studio sui libri di storia dell’arte sviluppò un profondo interesse per l’universo delle scienze– manifesta sin dalla progettazione del “Villaggio del fanciullo” nel Carso (’50) la sua propensione per il virtuosismo strutturale, soprattutto nell’uso a tratti ardito del calcestruzzo. Influenzato dalla lezione organica Wrightiana ma, anche, da quella di un Maestro del calibro di Le Corbusier, D’Olivo ha un unico obiettivo: la ricomposizione del binomio natura-tecnologia.
Con spirito scientifico egli ricerca la ragione profonda delle forme naturali alla luce della loro ragione funzionale e strutturale! Il risultato del processo-intellettuale di D’Olivo –artista magicamente in bilico fra poesia e perizia ingegneristica– sono opere architettoniche che si integrano nell’ambiente tanto da esserne a volte inglobate. Un esempio della sua capacità di dar vita a soluzioni che si rapportino direttamente con il luogo inteso sia come incontro con la scala geografica del paesaggio sia come rispetto dei suoi valori locali, è il progetto urbanistico di Lignano Pineta del ’53. Nella città balneare realizza un piano –a forma di conchiglia– che rappresenta una sintesi perfetta fra struttura insediativa e modello viabilistico. Si basano sugli stessi criteri anche i progetti per l’area archeologica di Aquileia –che rimarranno solo sulla carta– e nei paesi extraeuropei: Medio Oriente, Libia e Gabon.
E proprio all’estero realizza le costruzioni più grandiose come il celebre Monumento al Milite Ignoto di Bagdad degli anni Ottanta ove D’Olivo riprende il motivo della chiocciola.
Schivo, riservato e insofferente verso l’ambiente accademico italiano, l’architetto nelle Considerazioni generali sul “discorso per un’altra architettura” –pubblicato nel ’72– scrive: “Parlo di architettura, non nel modo tradizionale (aspetti critici, costruttivi, problemi socio-economici, analisi di scuole o tendenze), bensì in quello del risultato che l’architettura, sia essa casa o città, ottiene modificando l’equilibrio primario naturale e restituirlo come insieme modificato che successivi interventi tendono ulteriormente a modificare”.
Kenzo Tange
La composizione del binomio natura-tecnologia e la grandiosità di ispirazione classica di un geniale architetto ed urbanista
Nasce a Osaka nel 1913, muore a Tokyo nel 2005.
E’ uno dei più grandi architetti al mondo, tra i suoi capolavori: il National Gymnasium, lo stadio olimpico coperto di Tokyo, il celebre Peace Centre di Hiroscima, la cattedrale cattolica di Santa Maria Tokyo, l’ambasciata del Kuwait a Tokyo, il quartiere affari di San Donato Milanese, la torre Agip, a altre importanti e uniche opere.
Ha ricevuto durante la sua lunga carriera prestigiosi incarichi di docenza, lauree Honoris causa, cittadinanze ed onorificenze in tutto il mondo per il suo stile orgoglioso ed elegante.
